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Male oscuro o maledetta quotidianità ?

Con il groppo in gola e l'animo in tumulto ci tocca, purtroppo, ancora una volta scrivere e parlare di un suicidio. Premetto : non farò comunicati stampa ne interventi pubblici su quanto accaduto ieri a Catania. Lo avevo già detto e lo ripeto  : credo che certe tragedie non vadano strumentlizzate; sul dolore non si deve speculare e credo che nessuno lo faccia o voglia farlo. Il nostro ruolo, però , di rappresentanza a volte ci costringe a farlo, nostro malgrado. Quando la stampa ti cerca perchè vuole chiarire e approfondire è difficile negarsi. Dunque un altro collega (39 anni) ha decisio di porre fine alla propria vita. E' accaduto ieri pomeriggio in provincia di Catania, quando i vespri apparivano con i colori caratteristici e il tramonto era prossimo ad offuscare le luci. Un colpo di pistola alla tempia e la terribile lista delle morti per suicidio tra i poliziotti penitenziari si allunga con un altro nome. Inevitabilmente tornano alla mente le parole e il tempo speso a riflettere e ad approfondire questo anomalo trend al suicidio che ci colpisce così da vicino. Per carità ! Tutte le morti segnano, soprattutto se violente. Ma quando esse ti sfiorano da vicino; quando  carpiscono il collega, il compagno, l'amico il sentimento è certamente più vivo, più avvertito. Si tornerà a parlare di burnout , della sindrome maledetta. Si parlerà ancora di male oscuro e così via. E' facile immaginare le polemiche che ne deriveranno. Cercheremo di non iscriverci al coro. Non per disinteresse ma perchè ora occorre fermarsi a  riflettere per pretendere. Riflettere sulle cause e pretendere risposte. Non vorrei andare controcorrente ma non me la sento di affermare che tutte le tragedie che hanno colpito i nostri colleghi siano da ricondurre al burnout e/o alla specificità del nostro lavoro. Credo che molto più realisticamente il nostro lavoro e le condiizoni in cui lavoriamo  fungano da amplificatore al disagio interiore vissuto che, poi, porta al gesto estremo. Dico questo con sommo rispetto ma con sofferta analisi. Non sarà un caso se nella quasi totalità degli ultimi suicidi ricorrano elementi di quotidianità comune. Dalle situazioni familiari alterate ( separazioni, divorzi, ecc.) alle difficoltà economiche,  alla contrazione di debiti inevasi. Ecco, quindi, che bisogna ragionare non tanto sulle cause scatenanti quanto sulle condizioni che determinano (facilitandola? ) la volontà suicida. E queste sono condizioni riferibili ad  assoluta insicurezza sul lavoro; alla solitudine e  a volte al disinteresse, spesso di angherie e soprusi. Su questo credo si debba intervenire. Ben vengano, quindi, i centri di ascolto e la possibilità di ricorrere all'assistenza  psicologica. Ma ciò che bisogna petendere sono innanzitutto condizioni di lavoro civili ed umane. Pretendere sul lavoro relazioni con i superiori  improntate alla correttezza (possibilmente impregnate di umanità) dove a prevalere, semmai, deve essere l'autorevolezza e non l'autoritarietà. Occorre pertendere attenzione ai bisogni soggettivi e collettivi. Occorre recuperare una solidarietà vera e superare un'egoismo imperante. Allora fermiamoci tutti per un attimo. A pensare, ragionare, riflettere. Ognuno si chieda come può contribuire a determibare soluzioni possibili o condizioni diverse. Ognuno guardi al proprio compagno, al proprio amico, al proprio collega e si chieda se ha bisogno di aiuto e se siamo pronti  tendergli la mano. Ognuno di noi ci metta del suo ! In silenzio e in coscienza. Senza clamori e pubblicità.

Domani le OO.SS. della Polizia Penitenziaria e del Comparto Ministeri incontreranno il Capo del DAP. Facile immaginare che la questione ritroverà una sua naturale, conseguenziale, attualità.

 

Sentite condoglianze dalla CC. di Ferrara

Appena avuta notizia del tragico evento, ho comunicato notizia ai colleghi della CC di Ferrara.
Che dire, le parole in questi frangenti non danno quello che sì e perso, a noi tutti gentile collega sarebbe piaciuto averti qui con noi a lottare, ma tu hai scelto un'altra via, la via più difficile e senza ritorno, spero e speriamo che in qualunque posto tu sia, tu riesca a trovare la pace che non hai trovato qui tra noi.
Ciao Francesco

Era davvero uno di noi!

Lo conoscevo.......,era davvero uno di noi, come noi!
Altre parole non bastano...e sarebbero superflue!
Kikko da Trapani

domenica scorsa, il 14, lo

domenica scorsa, il 14, lo scrittore statunitense David Foster Wallace, 46 anni, si è suicidato impiccandosi. Il corpo è stato rinvenuto da sua moglie in casa. Di Wallace si ricordano due grandi opere: la prima altro non è stata che la sua tesi di laura, in seguito pubblicata come romanzo (La scopa del sistema); a distanza di 9 anni l'uscita di Infinite Jest (scherzi infiniti, tratto da una frase dell'Amleto), opera di circa 1400 pagine. In questa, a proposito del suicidio, scriveva:

"La persona che ha una così detta "depressione psicotica" e cerca di uccidersi non lo fa aperte le virgolette "per sfiducia" o per qualche altra convinzione astratta che il dare e avere nella vita non sono in pari. E sicuramente non lo fa perché improvvisamente la morte comincia a sembrarle attraente. La persona in cui l'invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà proprio come una persona intrappolata si butterà da un palazzo in fiamme. Non vi sbagliate sulle persone che si buttano dalle finestre in fiamme. Il loro terrore di cadere da una grande altezza è lo stesso che proveremmo voi o io se ci trovassimo davanti alla finestra per dare un'occhiata al paesaggio; cioè la paura di cadere rimane una costante. Qui la variabile è l'altro terrore, le fiamme del fuoco: quando le fiamme sono vicine, morire per una caduta diventa il meno terribile dei due terrori. Non è il desiderio di buttarsi; è il terrore delle fiamme. Eppure nessuno di quelli in strada che guardano in su e urlano "No!" e "Aspetta!" riesce a capire il salto. Dovresti essere stato intrappolato anche tu e aver sentito le fiamme per capire davvero un terrore molto peggiore di quello della caduta."

andrea tosoni

uno di noi

ritengo giusto e condivisibile non alimentare focolare che sicuramente la mente malata di qulcuno potrebbe commentare azzardando biasimo strumentale.Questi sono momenti in cui non si riesce se non con affanno a decidere la cosa giusta da fare. Certamente, in un contesto lavorativo "NORMALE" laddove vige l'incondizionato rispetto dell'essere umano, e non l'arroganza della casta, sicuramente la decisione assunta non cederebbe spazio a indugi o rimpianti. Nella nostra dimensione invece, che è bene non dimenticarlo mai,  composta di molti mali e molti dei quali hanno origini di natura silente,una composta rilevanza all'evento avrebbe dato, forse, sfogo a quella voglia di riscatto sulle angherie  subite, le quali sicuramente non sono prive di corresponsabilità se non addirittura le uniche responsabili dell'estremo gesto. Un altro nostro compagno ha deciso di andar via,un pezzo di noi va via con lui. Spero non sia l'ennesimo uomo strappato alla vita dagli avidi egoismi in cui inevitabilmente ci imbattiamo, barcamenandoci  nel tentativo di reggere quel briciolo di dignità professionale che ci resta, ma vorrei sperare sia stata la decisione di un uomo libero di vivere il suo tempo.

massimo Salerno

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